Il Design Thinking nel Copywriting: Un Approccio Innovativo per Creare Testi Coinvolgenti

Il mondo del copywriting è in continua evoluzione. Oggi, più che mai, le aziende sono alla ricerca di nuovi modi per catturare l’attenzione del pubblico, stimolare l’engagement e, soprattutto, ottenere risultati concreti. In questo contesto, il Design Thinking emerge come una metodologia potente che può essere applicata con successo anche al copywriting. Ma cos’è esattamente il Design Thinking e come può rivoluzionare il modo in cui scriviamo per il web?

Cos’è il Design Thinking?

Il Design Thinking è un approccio creativo e centrato sull’utente per risolvere problemi complessi. Originariamente sviluppato per il design di prodotti e servizi, questo metodo si basa su cinque fasi principali:

  1. Empatizzare: comprendere profondamente i bisogni, le emozioni e le esperienze degli utenti.
  2. Definire: identificare il problema da risolvere e definire il focus del progetto.
  3. Ideare: generare idee creative e soluzioni innovative per risolvere il problema.
  4. Prototipare: creare versioni preliminari delle soluzioni proposte, testandole in modo rapido e iterativo.
  5. Testare: sperimentare e raccogliere feedback per migliorare continuamente le soluzioni.

Anche se il Design Thinking è stato inizialmente concepito per il design di prodotti, il suo approccio centrato sull’utente può essere applicato con efficacia anche nel copywriting. Vediamo come.

1. Empatizzare con il Pubblico

Nel copywriting, l’empatia è fondamentale. Scrivere per il web significa parlare direttamente alle persone, conoscere le loro esigenze, paure e desideri. Adottare la fase di “Empatia” del Design Thinking permette di immergersi nel mondo del pubblico, comprendendo in modo profondo cosa li motiva e come si relazionano con il contenuto che leggono.

Per applicare questa fase al copywriting, è essenziale:

  • Analizzare il pubblico di riferimento: Demografia, comportamenti, e problematiche specifiche.
  • Utilizzare tecniche di ricerca come interviste, sondaggi e analisi dei dati per ottenere insight utili.
  • Creare personas: figure immaginarie ma realistiche che rappresentano il pubblico target.

Solo quando comprendiamo veramente chi è il nostro lettore, possiamo scrivere contenuti che rispondano direttamente alle sue esigenze.

2. Definire il Problema

Una volta che abbiamo compreso a fondo il nostro pubblico, è il momento di definire con chiarezza quale problema stiamo cercando di risolvere. In questa fase, è importante riflettere su quale sia l’obiettivo principale del copy: Stiamo cercando di educare, vendere, intrattenere o suscitare una specifica emozione nel lettore?

Nel copywriting, definire il problema significa rispondere alle seguenti domande:

  • Qual è l’obiettivo della comunicazione?
  • Cosa vogliamo che il lettore faccia dopo aver letto il nostro contenuto (comprare, iscriversi, condividere)?
  • Come possiamo articolare il nostro messaggio in modo chiaro e persuasivo?

Questa fase di definizione aiuta a costruire una base solida per il testo, assicurandosi che ogni parola e frase contribuisca a risolvere il problema in modo efficace.

3. Ideare Soluzioni Creative

La fase di ideazione è il cuore del Design Thinking e rappresenta un momento di grande libertà creativa. Nel copywriting, questo significa sperimentare con diversi approcci stilistici, formati e messaggi per trovare quello che meglio si adatta al pubblico e al problema definito.

Ecco alcune tecniche per stimolare la creatività nella scrittura:

  • Brainstorming: Raccogli idee diverse per il messaggio, il tono e la struttura del testo.
  • Mind Mapping: Crea mappe mentali per esplorare diverse angolazioni di un argomento.
  • Sperimentazione con il formato: Prova vari stili di scrittura, come storie, domande o elenchi puntati.

Durante questa fase, è importante non limitarsi a una sola soluzione ma esplorare diverse opzioni. La diversità di idee aumenta le probabilità di trovare una proposta vincente.

4. Prototipare il Contenuto

Come nel design, il prototipo di un testo è una versione preliminare che va testata e affinata. Non aspettarti che la prima bozza del tuo copy sia perfetta. Anzi, prova a scrivere più versioni del testo, variare il tono, la lunghezza e l’approccio.

In questa fase, potresti voler:

  • Creare diverse varianti di un headline o di una call to action.
  • Scrivere più versioni di un articolo o di una landing page, esplorando diversi stili e messaggi.
  • Testare vari formati di contenuto (come blog post, social media posts, newsletter, etc.).

Testare diversi prototipi consente di capire meglio quale versione risuona maggiormente con il pubblico.

5. Testare e Ottimizzare

L’ultima fase del Design Thinking è il test. Anche nel copywriting, questa fase è cruciale per migliorare il messaggio. Dopo aver creato e perfezionato il contenuto, è il momento di farlo “provare” al pubblico.

Nel mondo del copywriting, i test possono includere:

  • A/B testing: Confrontare due versioni di un testo per vedere quale funziona meglio in termini di conversioni.
  • Feedback diretto: Chiedere a un piccolo gruppo di lettori di valutare il testo e fornire feedback.
  • Analisi dei dati: Monitorare le performance dei contenuti attraverso analytics per comprendere cosa funziona e cosa no.

I dati raccolti durante questa fase permettono di ottimizzare i contenuti, migliorando continuamente il messaggio e le performance.

Conclusione

Il Design Thinking, applicato al copywriting, offre un approccio innovativo e altamente efficace per creare contenuti che rispondono ai bisogni reali del pubblico. Seguendo le fasi di empatia, definizione, ideazione, prototipazione e test, i copywriter possono sviluppare testi più mirati, coinvolgenti e capaci di ottenere risultati concreti.

Con il Design Thinking, il copywriting diventa non solo un atto creativo, ma anche una strategia basata su una profonda comprensione dell’utente e un continuo processo di miglioramento. E tu, hai già provato a utilizzare il Design Thinking nel tuo copywriting?

Come creare una bio efficace per il tuo profilo aziendale

La prima sezione a catturare l’attenzione dell’utente che si trova sul tuo profilo aziendale è la biografia. Se il nostro intento è quello di trasformare semplici visitatori in followers è necessario che questa sia chiara e interessante.

Un metodo efficace per scrivere una bio ottimale è quello di strutturarla su tre righe:

Nella prima riga dobbiamo far capire chi siamo e di cosa ci occupiamo;

Nella seconda riga possiamo procedere esprimendo un valore che offriamo o una capacità che mettiamo a disposizione del pubblico;

Infine, nella terza riga, possiamo aggiungere quella che in gergo viene definita call to action, l’invito all’azione. Molto spesso si tratta dell’invito a cliccare su un link che reindirizza verso il sito web o altri portali social, oppure un esplicito invito a seguire la pagina formulato in modo da incuriosire l’utente sui contenuti.

Se abbiamo creato un account Business su Instagram la piattaforma ci permette di impostare dei veri e propri pulsanti call to action che invitano l’utente a chiamarci, contattarci tramite l’indirizzo di posta, aprire la navigazione su maps con l’indirizzo preimpostato.

Restando su Instagram notiamo come il social permetta di aggiungere un solo link in bio. È possibile aggirare questo vincolo attraverso l’utilizzo di link aggregatori che tengono inoltre traccia del numero di click e azioni avvenute. Per creare link aggregatori possiamo avvalerci di diversi tools online come linktree, lnk.bio, campsite.bio.

Subito sotto la bio, Instagram dedica poi spazio alle storie in evidenza che, se utilizzate correttamente, possono diventare un prolungamento della nostra biografia, un’opportunità di raccontarci tramite un diverso formato, ad esempio scegliendo riprese di momenti salienti dell’attività o mostrando particolari di prodotti e servizi che si offrono. Un video, anche se breve, ha un grande impatto comunicativo.

Non dimentichiamo di curare con la stessa attenzione gli altri dettagli che compongono la struttura del nostro profilo e che influiscono sulla presentazione dello stesso, come:

  • Foto profilo. Nel caso di un profilo aziendale sarebbe più adeguato l’utilizzo del logo o di altri simboli che possano identificare l’attività, redendola riconoscibile durante le conversazioni, i commenti su altre pagine e le stories. L’utilizzo di foto generiche rende il profilo anonimo, soprattutto se teniamo conto delle dimensioni ridotte delle immagini.
  • Nome. L’ideale sarebbe utilizzare lo stesso nome sia per la pagina che come username, o nomi coerenti tra di loro, che rendano il profilo facile da ricercare. Potrebbe essere utile includere nel nome il tipo di attività.
  • La corretta categoria di appartenenza. I profili aziendali danno la possibilità di inserire la categoria di appartenenza scegliendo direttamente tra una lista.

Corporate storytelling: ogni azienda ha una storia da raccontare

Per corporate storytelling si intende il racconto dell’identità, della storia, dei significati e valori dell’azienda, attraverso una narrazione efficace.

Raccontandosi, l’azienda crea una connessione, anche emotiva, con il pubblico di riferimento, mettendo in evidenza eventuali punti comuni e differenziandosi dalla concorrenza nella mente dei consumatori.

Lo storytelling aggiunge valore al brand e al prodotto, che diventano qualcosa di più.

 

Perché fare corporate storytelling?

I consumatori di oggi sono al centro di un sovraccarico di informazioni e di conseguenza sono molto più selettivi nella scelta dei contenuti, ignorando quelli che percepiscono come puramente commerciali e autoreferenziali.

Il corporate storytelling rappresenta un’alternativa basata su una comunicazione informativa e emotivamente coinvolgente: si cerca di attrarre il consumatore/ spettatore della storia, verso il contenuto e non imporlo.

L’obiettivo che lo storytelling si pone è che l’utente associ inconsciamente un determinato prodotto o servizio all’azienda stessa, diventando quasi un fan: non solo acquista il prodotto o servizio ma ne parla, condivide la sua esperienza e addirittura coinvolge altre persone influenzandole nelle scelte d’acquisto.

Si cerca di attivare nel cliente un processo di identificazione, spingendolo a ritrovare parti di sé nel racconto, per similitudine o differenza. Tutto è fatto in modo che, per mezzo della storia, il brand sia ricordato in maniera più forte e lo si scelga tra gli altri perché in esso si nutre stima e fiducia.

 

Impostare una strategia di storytelling

Per impostare una strategia di storytelling è importante partire dalla definizione dell’identità aziendale recuperando le informazioni storiche e il percorso del brand, raccontandolo in un arco temporale preciso e strutturando una narrazione dal forte impatto persuasivo, ponendo giusta enfasi ai dettagli che la rendono autentica.

Se l’azienda è nata da poco la narrazione può utilizzare i valori che hanno fatto da base alla costruzione o si può partire dai prodotti e servizi offerti, dalle intuizioni o idee creative.

Per creare un corporate storytelling si può rispondere a domande come: Cosa ha portato alla nascita dell’azienda? Cosa produce/offre? In che situazioni o condizione si utilizzano i prodotti o servizi che si offrono? Qual è il processo di realizzazione e distribuzione del prodotto/servizio? Raccontando poi l’azienda come luogo di lavoro e la sua responsabilità sociale d’impresa, ovvero dell’impegno in temi e questioni sociali o ambientali.

Bisogna tenere a mente che uno storytelling d’impresa deve:

  • Essere autentico, accattivante, creativo, condividendo valori, mission, vision del brand nella maniera più chiara e diretta possibile;
  • Poggiare le basi per una relazione di fiducia tra l’azienda e il target;

La struttura narrativa dello storytelling fa si che si adatti sia a contenuti testuali che visivi, bisogna solo valutare il canale più idoneo a trasmettere il tipo di messaggio che si vuole veicolare; I social media, ad esempio, sono un ottimo mezzo grazie al quale possiamo raccontare anche piccoli aspetti quotidiani di un’azienda che vanno ad aggiungersi al racconto unitario.